Alla scoperta delle mummie d’Italia

Il mio nuovo articolo sul quotidiano L’Inchiesta (si ringrazia il Direttore e la Redazione tutta)
Un incredibile e poco conosciuto patrimonio del Centro Sud

Author Giuseppe Russo Tutti i diritti riservati © 2020 Riproduzione vietata

Sono l’incubo di milioni di spettatori, attirano visitatori da ogni parte del mondo e negli ultimi anni sono entrate addirittura nell’intrattenimento per bambini. Parliamo delle mummie, dal persiano mūm, «cera», spoglie umane imbalsamate da mani sapienti o conservatesi naturalmente in particolari condizioni microclimatiche, sempre immaginate nel classico bendaggio egizio e, ovviamente, sepolte sotto monumentali piramidi nel deserto. Un’affascinante testimonianza del passato ancestrale che, però, vive ancora oggi dei cliché cinematografici e documentaristici del dopoguerra. Pochi italiani, infatti, sanno che nel nostro paese conserviamo un numero straordinariamente alto di corpi perfettamente conservati, oltre tremila, studiatissimi e pronti a raccontarci interessanti storie dei nostri territori. Le Mummie d’Italia, la cui maggiore concentrazione si segnala tra Lazio, Umbria, Campania e Sicilia, sono particolarmente accattivanti perché spesso databili tra Medioevo e Rinascimento, provenienti quindi da momenti storici capaci di narrare facilmente ai visitatori le abitudini di vita di un Paese in profonda mutazione culturale, economica ed amministrativa. A Roma, ad esempio, è particolarmente rilevante la storia della Mummia di Grottarossa, fanciulla romana vissuta nel II secolo d.C., conservata sapientemente nel Museo Nazionale di Palazzo Massimo in una teca ad ambiente controllato. Illuminata da una luce attenuata, studiata per salvaguardarla dalle dannose radiazioni dell’illuminazione artificiale, la mummia fu ritrovata il 5 febbraio del 1964 in prossimità di Grottarossa, sulla via Cassia, a nord di Roma, in una discarica dove era stata gettata con tutto il sarcofago per evitare l’interruzione dei lavori di costruzione di un nuovo edificio residenziale. I resti, perfettamente conservati dal trattamento con diverse resine e oli naturali, appartengono ad una bambina di circa otto anni, morta probabilmente di tubercolosi, giunti a noi insieme alla sua pregiata tunica di seta cinese, ad una collana in oro e zaffiri, due orecchini d’oro e un anello prezioso sul quale si evidenzia la figura di una vittoria alata. Numerosi altri siti, a volte conosciuti solo localmente, conservano da secoli questo nostro particolare, delicato e significativo patrimonio. È il caso, ad esempio, delle oltre 2000 mummie delle Catacombe di Palermo, delle mummie dei sovrani aragonesi a San Domenico Maggiore a Napoli, come pure delle mummie “in posizione eretta” conservate ad Urbania nella Chiesa dei Morti o a Savoca in provincia di Messina. La particolarità italiana, tra l’altro, è nel cosiddetto fenomeno della mummificazione naturale indotta, conseguenza del rituale funerario della doppia sepoltura in uso soprattutto nei conventi dei Cappuccini. I frati, infatti, conservando i defunti in cripte appositamente costruite nelle chiese, nel Cinquecento si accorsero casualmente, proprio a Palermo, che i corpi dei propri confratelli si erano mummificati naturalmente grazie al particolare microclima delle tombe che, in modo inatteso, li aveva essiccati lentamente senza decomporli. Da quel momento in poi, diffusasi la notizia di questa perfetta conservazione, tutte le comunità religiose iniziarono ad applicare il processo naturale di mummificazione dei cadaveri in cripte opportunamente studiate e costruite. Tale processo, però, non fu sempre volontariamente applicato, infatti uno dei musei italiani che conserva le più interessanti mummie naturali è quello di Monsampolo del Tronto, nella Cripta della Chiesa di Maria SS. Assunta, dove nel 2003, durante importanti lavori di restauro, furono straordinariamente individuati e portati alla luce 20 corpi spontaneamente mummificati e conservati talmente bene da permettere il recupero di abiti, accessori e addirittura biglietti con preghiere o annotazioni personali. L’eccezionalità di tale ritrovamento è inoltre incentrata proprio sulla buona conservazione dei vestiti tessuti con fibre tessili naturali e in fogge classiche del ceto popolare, il che non solo testimonia finalmente uno spaccato di vita “normale”, piuttosto che di quella ecclesiastica o aristocratica, ma soprattutto getta nuova luce sulla storia dell’abbigliamento delle popolazioni della Vallata del Tronto tra la fine del Seicento e l’inizio dell’Ottocento, con il ritrovamento di alcuni capi che, per fattura ed eleganza, sono da considerarsi abiti da cerimonia o da festività popolare. Incredibili soprattutto gli abiti femminili, ovvero camicette e sottane riccamente plissettate, corpini stringenti in vita o busti steccati con pettorina decorati con nastri colorati. Bellissimi, inoltre, gli abiti in fibra vegetale naturale, di colore blu, che riportano chiaramente alla memoria il resistente jeans dei ceti popolari di origine genovese diffusosi in varie derivazioni tra ‘700 e ‘800. Un piccolo “cimitero urbano”, quello della cripta di Monsampolo del Tronto, che nel corso del settecento fu traslato per problemi di affollamento e igiene pubblica, murato e dimenticato per secoli fino al suo ritrovamento ad inizio nuovo millennio. Una storia, quella delle Mummie d’Italia, che merita maggiore attenzione nella promozione culturale e turistica del Bel Paese perché capace di porre il visitatore di fronte ad un ventaglio di riflessioni istruttive e stimolanti, dalla religione all’economia locale passando addirittura per la storia dell’industria tessile italiana. Non perdete questa straordinaria occasione. Buona visita a tutti!