
Da poche settimane è stato doverosamente celebrato il toccante “Giorno della Memoria”, ricorrenza internazionale che il 27 gennaio di ogni anno ricorda le vittime dell’Olocausto ed il momento in cui l’Armata Rossa scoprì l’orrore di Auschtwitz. Troppo facile, però, accodarsi al mainstream dell’informazione che tenta sistematicamente di risvegliare le coscienze di generazioni consumistiche e digitalizzate. Certo, un’impresa per certi versi titanica, a volte addirittura impossibile, da tempo più vicina all’inversione di tendenza e al negazionismo che allo stimolo riflessivo. Ed è proprio oggi, quindi, che dobbiamo raccontare bene quell’evento, evitando spot informativi e slogan promozionali da “tour della memoria”.

Il razzismo, l’ideologia dello sterminio, l’odio verso gli altri, non solo ebrei, fu fenomeno di lungo corso, dalle radici profonde e, peggio, dall’onda lunga. Ecco, è qui che bisogna ragionare e soffermarsi. L’onda lunga di quel mostruoso concetto nazista è, purtroppo, ancora viva e vegeta, non solo per i cosiddetti rigurgiti politici risorti in diversi paesi europei, ma piuttosto perché molte delle cose che oggi riconosciamo come diritti e conquiste umane sono tragicamente legate a quegli eventi. È il fare i conti con la nostra storia che manca, o forse il coraggio, lo stesso che mancò ai cittadini tedeschi degli anni ’30 e ’40, sorpresi e denigrati da sovietici e americani, costretti a toccare con mano quel male che, a due passi dalla vita normale, avevano fatto finta di non vedere. E noi, facciamo finta di non vedere? Sì, purtroppo sì. Se vogliamo far pace con noi stessi dobbiamo conoscere il passato, accettarlo, criticarlo e ricordarlo in modo deciso ma intelligente. Non possiamo obliare ciò che ci circonda, dallo spazio alla medicina, dalla gastronomia al turismo, fino alla mobilità di massa. Un’incredibile fervore scientifico che, inspiegabilmente, nacque per alimentare orrore, odio e guerra.
Ai tedeschi, gli unici che hanno provato a far autocritica, il mondo deve molto di ciò che è oggi. Ce lo hanno regalato nel più crudele dei modi, ma non possiamo che riconoscerlo, come si conviene che il Rinascimento italiano mutò il volto della realtà conosciuta del ‘500. Se oggi gustiamo una fresca alternativa alla Coca-Cola, la Fanta, lo dobbiamo ad una ritorsione politica. Ed il turismo moderno, low cost, fatto di escursioni e accoglienza organizzata è diretta emanazione dell’occupazione di Parigi, necessario modo di distrarre le truppe naziste dal socializzare con le francesi e “mischiare” il sangue ariano con gli impuri occupati! Restando in tema di flussi e mobilità, i grandi voli commerciali, i tanto affascinanti jet moderni, sono l’evoluzione di uno spietato aereo militare tedesco: il Messerschmitt Me.163B Komet. Da arma di morte a bene dell’Umanità, passando da un colpo di spugna sulla fedina penale di tanti scienziati nazisti diventati improvvisamente “americani”. Come dimenticare, poi, la corsa allo spazio e lo sviluppo della missilistica mondiale. Ancora una volta si partì dalle intuizioni di geniali menti del III Reich. Werner Von Braun, anch’egli salvato dagli americani che dovevano assicurarsi vantaggi tecnici contro i sovietici, è padre dei razzi spaziali, di quei micidiali e affusolati sigari d’acciaio che hanno terrorizzato il mondo a partire dalla Seconda guerra mondiale, con le V2, fino allo sbarco sulla Luna nel 1969! E Ford? Non era lui il grande uomo della mobilità di massa? Certo, ma in Europa fu ancora una volta una “derivazione bellica” a spingere alla modernità i trasporti quale riscatto sociale dai disastri della guerra. Dalle robuste vetture militari della Volkswagen, dopo la caduta hitleriana, si avviò la produzione del Maggiolino, un mito del dopoguerra secondo solo alle Jeep americane! Potremmo aggiungere l’invenzione e diffusione delle taniche per carburanti o gli stessi carburanti sintetici, benzine e oli derivati dal carbone, ma più di ogni altra cosa tendiamo a dimenticare che la medicina moderna, quella salvavita, derivò anche e maledettamente dall’orrore degli esperimenti nazisti su donne, bambini e uomini deportati nei campi di morte che celebriamo ogni 27 gennaio. Come spiegare al mondo che oggi possiamo salvarci da malattie e incidenti sanitari grazie ad un certo Josef Mengele, “angelo della morte di Auschwitz”, scienziato disumano che usò i prigionieri dell’Olocausto come cavie umane? Oltre ad esperimenti sulla resistenza ad ambienti e condizioni estreme, i nazisti operarono una serie di orribili ricerche su patologie quali la malaria o la tubercolosi, come pure il tifo petecchiale e l’epatite virale! Oltre all’inoculazione deliberata di tali malattie, per verificare la resistenza umana, i prigionieri furono sottoposti a sperimentazione farmacologica senza alcun protocollo di sicurezza, esposti a terribili effetti collaterali solo per osservare i risultati.

Si stima che negli otto principali lager tedeschi siano morte oltre 7.000 cavie umane. È questa la realtà dei fatti, ciò che non vogliamo vedere. Commemoriamo una data, uno sterminio, con la coscienza sempre pulita, come fecero i tedeschi dell’epoca. Gli americani non ricordano i criminali nazisti che hanno reso “celebri scienziati e uomini d’azienda”, mentre gli europei, ancor peggio, ascrivono sempre colpe agli “altri”. Il problema è che gli “altri” siamo tutti noi. Solo quando ci passeremo davvero la mano sulla coscienza, guardandoci allo specchio e criticando le scelte fatte anche nel dopoguerra, potremo chiudere con il passato commemorando veramente le vittime di quella follia ideologica. Fino ad allora, il Giorno della Memoria sarà una data importante ma, ahimè, non “storica”.
Author Giuseppe Russo Tutti i diritti riservati © 2021 Riproduzione vietata

